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Quali sono i disturbi alimentari? Cosa si intende per disturbo alimentare?

Intanto, possiamo dire che un comportamento alimentare viene definito “disturbato” quando una persona ha un rapporto alterato con il cibo e con il proprio peso corporeo. Alterato nel senso che, per fare alcuni esempi, mangia troppo o troppo poco, vomita quanto introdotto o fa di tutto per bruciare le calorie assunte, sgranocchia tutto il giorno qualcosa, mangia cibi non commestibili, ecc. Non tutto è disturbato di per sé e non tutto rientra in una patologia specifica. Molti di questi comportamenti hanno avuto una classificazione e descrizione più ampia all’interno di disturbi specifici. Infatti, quando l’alterazione del comportamento alimentare causa una compromissione in ambito sociale e/o lavorativo, sofferenza psichica e rischio di salute per chi ne è affetto, si parla di disturbo del comportamento alimentare.

Questo per dire che dobbiamo fare attenzione a generalizzare attribuendo etichette a chi magari ha qualche fissazione o preferenza, a chi è magro o robusto da sempre (forse proprio per costituzione fisica), a chi non è interessato più di tanto a mangiare o a chi ha dei rituali o una scelta di cibi un po’ insolita ai nostri occhi. Diciamo che tutto ciò non è sufficiente a definire tali comportamenti come patologici.

La classificazione che è stata elaborata per l’ultima stesura del DSM V parla di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. L’obesità non rientra tra di essi perché a tutt’oggi essa viene considerata una condizione medica e non psichiatrica. Ciò non toglie che, spesso, in alcuni soggetti, l’obesità viene favorita dalla presenza di una psicopatologia.

È da tenere presente che i disturbi sotto elencati si manifestano perlopiù in assenza di altra patologia mentale o condizione medica. Se ciò, invece, si manifesta, significa che il problema in questione è sufficientemente grave e necessita di maggiore attenzione clinica (come ad esempio nel caso della pica o disturbo evitante/restrittivo).

Quindi, vediamo quali sono:

Anoressia. Non basta essere magri per essere considerati affetti da questa patologia. O, quantomeno, la magrezza, intesa come peso corporeo inferiore al minimo considerato normale (in riferimento al contesto, all’età, al genere, ecc.), non è l’unico parametro da prendere in considerazione. Infatti, per poter attribuire questa diagnosi, questo deve essere accompagnato all’intensa paura di ingrassare e quindi dalla messa in atto di comportamenti che impediscano l’assunzione di peso; a ciò si aggiunge un vissuto alterato del peso e della forma del corpo. Purtroppo questi ultimi due hanno un’importanza notevole sul livello di autostima della persona che ne è affetta. Attenzione! Nell’anoressia non si tratta soltanto di raggiungere un certo peso e una certa forma, quanto piuttosto di “tenere testa” alla fame, differenziarsi dagli altri per la propria ferrea forza di volontà, la capacità (apparente) di gestire le emozioni, il desiderio di perfezione, ecc.

Bulimia. È caratterizzata da abbuffate compulsive e da comportamenti di compenso (vomito autoindotto, abuso di lassativi e/o diuretici, eccessivo esercizio fisico) che hanno lo scopo di prevenire l’aumento di peso (temuto anche per via delle abbuffate). Cosa si intende per abbuffata? È l’assunzione di una quantità di cibo oggettivamente superiore a quella che la maggioranza delle persone ingerirebbe nello stesso lasso di tempo (ad esempio,  due ore). Quindi, è da distinguersi dalla percezione soggettiva di aver mangiato troppo. Spesso, alle abbuffate si associa la sensazione di perdita di controllo per non essere riusciti a smettere prima o a controllare la quantità di cibo ingerito. Un altro fattore che si associa alla bulimia è che la persona affetta da tale disturbo valuta se stessa in base al peso e alle forme.  Spesso, infatti viene attribuito a questi  il proprio valore per cui, possiamo bene immaginare cosa accade se questi non corrispondono all’ideale di sé che si vorrebbe raggiungere…  La diagnosi di bulimia viene fatta quando le abbuffate e le condotte eliminatorie si verificano almeno una volta a settimana e per almeno tre mesi consecutivi.

Disturbo da alimentazione incontrollata (Disturbo da binge-eating). Spesso, viene chiamato erroneamente bulimia nel gergo comune. In realtà, si differenzia da questa per via dell’assenza di comportamenti compensatori (vomito autoindotto, abuso di lassativi e/o diuretici, eccessivo esercizio fisico). Le abbuffate si accompagnano ad altri aspetti quali: il mangiare in assenza di fame, più velocemente del solito, di nascosto dagli altri per vergogna. Inoltre, c’è il disgusto verso se stessi, il senso di colpa per aver mangiato troppo (spesso presente la sensazione di essere sgradevolmente pieni).  Per la diagnosi, tre o più di questi aspetti devono essere associati alle abbuffate. Le persone che soffrono di questo disturbo sono spesso obese.

Nel caso di tutt’e tre i disturbi sopra elencati, quando non sono presenti tutti i criteri necessari per formularne la diagnosi, dobbiamo parlare di “Disturbo della nutrizione o dell’alimentazione con altra specificazione”. Di questi fanno parte:

  • L’Anoressia nervosa atipica: cioè, fermi restando tutti i criteri, anche se c’è stata un’importante perdita di peso, questo rimane  all’interno della normalità.
  • La Bulimia nervosa (a bassa frequenza e/o di durata limitata): tutti i criteri sono presenti ma la frequenza con cui avvengono le abbuffate e le condotte di eliminazione è inferiore.
  • Il Disturbo da alimentazione incontrollata (Disturbo da binge-eating) a bassa frequenza e/o di durata limitata: tutti i criteri del Disturbo da alimentazione incontrollata vengono rispettati, ad eccezione della frequenza delle abbuffate (che avvengono, quindi, meno spesso).
  • Disturbo da condotte di eliminazione: il soggetto mette in atto le condotte di eliminazione che abbiamo esposto sopra con lo scopo di mantenere il peso o influenzare le forme del corpo, ma senza che queste siano precedute da abbuffate.
  • Disturbo da alimentazione notturna: è caratterizzato dall’ingestione di cibo nel corso di frequenti risvegli notturni o eccessiva quantità di cibo introdotta dopo cena (circa il 25% del fabbisogno calorico)

Esistono altri disturbi alimentari classificati nel DSM V, meno noti, che elenco  di seguito:

Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo: è presente quando la qualità e la quantità di cibo ingerita dall’individuo è inferiore al proprio fabbisogno o addirittura è necessario il ricorso ad alimentazione parenterale. Ciò accade senza l’idea di mantenere un certo peso o avere una determinata forma e spesso si presenta in età evolutiva (meno frequentemente negli adulti).

Pica. Consiste nell’ingestione di sostanze non alimentari, non commestibili. Tale comportamento viene considerato patologico quando non avviene all’interno di pratiche socialmente o culturalmente condivise né durante l’età evolutiva e dura da almeno un mese. Potrebbe presentarsi in concomitanza di altri disturbi mentali o di altre patologie mediche, per cui è bene approfondire la diagnosi.

Disturbo da ruminazione (mericismo). È il rigurgito ripetuto del cibo, che avviene in assenza di patologie mediche dell’apparato gastrointestinale e al di fuori dei disturbi alimentari che abbiamo elencato sopra. Una volta rigurgitato, il soggetto può rimasticarlo, sputarlo o ingoiarlo di nuovo. Oltre ad avere le caratteristiche sopra elencate, tale pratica, deve presentarsi da almeno un mese per poter fare la diagnosi.